Zone d'Ombra — Tehran 1976: due F-4, un oggetto sul radar, armi in avaria e il memo del DAO che definì il caso classico
Episodio investigativo sull'incidente di Tehran del 18-19 settembre 1976. L'investigatore ricostruisce la notte dalla torre di controllo di Mehrabad: le telefonate dei civili, l'osservazione con binocolo del controllore Hossein Pirouzi e il radar spento perché in riparazione. Il narratore fornisce il contesto dell'Iran imperiale e della Shahrokhi Air Base con i suoi F-4 Phantom II. Seguono i due scramble: il tenente Nazeri che perde strumentazione e comunicazioni a 25 miglia nautiche, poi il maggiore Jafari con il lock radar, l'oggetto secondario che punta verso l'aereo, il tentativo di lancio di un AIM-9 Sidewinder e l'atterraggio presunto dell'oggetto. Il memo del Defense Attaché Office e la valutazione della Defense Intelligence Agency che definisce il caso classico. Il contrappunto critico con l'analista James Oberg, i limiti delle fonti e le traduzioni. Bilancio finale: documentati i fatti, plausibili i guasti convenzionali, irrisolto ciò che due F-4 inseguirono quella notte.
Voci, personaggi e contenuti creativi generati con strumenti di intelligenza artificiale e approvati prima della pubblicazione.
Fonti
- 1976 Tehran UFO incident - Wikipedia On 19 September 1976, a radar and visual sighting of an unidentified flying object (UFO) occurred over Tehran, the capital of Iran, by civilians and military personnel. In separate i…
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Trascrizione
Investigatore: Il controllo vocale sintetico di questo episodio è generato dall'intelligenza artificiale. Settembre, notte del diciotto al diciannove, mille novecentosettantasei. Sono sopra Tehran, in una notte limpida e tiepida. È quasi mezzanotte, e nella torre di controllo dell'aeroporto di Mehrabad squilla un telefono. Poi un altro. Poi ancora uno. Dalla zona di Shemiran, nel nord della capitale, qualcuno segnala un oggetto luminoso sospeso in cielo. Il controllore di turno si chiama Hossein Pirouzi. Le prime chiamate non lo impressionano: un aereo, magari una stella. Ma arriva la quarta chiamata, alle undici e un quarto di sera, e Pirouzi esce sulla terrazza accanto alla torre, prende un binocolo e guarda. E quello che vede è esattamente ciò che ci fa essere qui, stanotte. Ricordo le sue parole, riportate dalle testimonianze: un oggetto rettangolare, lungo forse sette o otto metri e largo circa due, con due estremità che pulsano di una luce bianco-azzurra. E attorno alla sezione centrale, una piccola luce rossa che gira in cerchio, continua, come un lighthouse in miniatura. Nelle osservazioni successive, Pirouzi stesso dirà che forse l'oggetto era cilindrico. C'è un dettaglio, però, che un investigatore come me non può ignorare: il radar di Mehrabad, quella notte, è spento. In riparazione. Quindi nessuna conferma strumentale dal suolo. Solo occhi. E i telefoni. Pirouzi chiama il posto di comando dell'aeronautica alle dodici e mezza. E da lì, la notte prende la strada che la porterà sopra il cielo di tutta una città.
Narratore: Per capire quella notte, serve il contesto. Siamo nell'Iran imperiale, sotto lo scià: un paese moderno, ricco di petrolio, allineato agli Stati Uniti. Il braccio aereo che interviene è l'Imperial Iranian Air Force, con base alla Shahrokhi Air Base. I suoi intercettori sono F-4 Phantom II, caccia bimotore di costruzione americana, tra i più veloci e potenti dell'epoca. E c'è un'usanza importante: le segnalazioni di oggetti non identificati da parte iraniana venivano trasmesse anche all'aeronautica militare statunitense. È per questo che quella notte, a migliaia di chilometri di distanza, finirà in un documento ufficiale americano. Il generale Youssefi, dell'aeronautica imperiale, riceve la segnalazione dalla torre. Guarda dal suo balcone: e vede anch'egli un oggetto, tra le stelle, che descriverà grande almeno il doppio di una stella normale. Autorizza l'intercettazione.
Investigatore: Ore uno e trenta del mattino. Primo scramble. Dal cockpit di un F-4, il tenente Nazeri, con un ufficiale di sistema d'arma dietro, punta a nord di Tehran. E l'oggetto lo vede già da settanta miglia: enorme, brillante, impossibile non vederlo. Scende, avvicina. A venticinque miglia nautiche dalla meta, succede la prima cosa che rende questo caso unico: l'aereo perde tutta la strumentazione. E perde anche le comunicazioni: UHF, interfono, tutto. Nero. Nazeri fa retromarcia, per così dire: abbandona l'intercettazione e torna verso Shahrokhi. E appena si allontana dall'oggetto, gli strumenti si riaccendono, come se non fosse successo nulla. Chiedetevi la domanda che mi sto chiedendo io: se fosse un guasto, perché si ripristina solo allontanandosi? Una nota doverosa: Nazeri raccontò quella notte solo vent'anni dopo, in un'intervista del millenovantacentnovantaquattro, affermando che l'oggetto lo superava persino con lui a Mach due. È una testimonianza posteriore, tardiva: va pesata per quello che è, non per quello che la leggenda ha fatto diventare. Ma di lì a dieci minuti, la notte diventa più strana ancora.
Narratore: Ed è qui che entra in gioco il documento centrale di tutto il caso. Il Memorandum for Record, redatto dal Defense Attaché Office statunitense a Tehran, riassume punto per punto le due intercettazioni. Sulla prima, il memo scrive testualmente che a venticinque miglia nautiche il pilota perse strumentazione e comunicazioni, UHF e interfono, e che quando l'F-4 si allontanò dall'oggetto, non essendo più per esso una minaccia, l'aereo riottenne strumentazione e comunicazioni. E non è tutto: la Defense Intelligence Agency, valutando il caso, lo definì un classico per lo studio del fenomeno, per la molteplicità dei testimoni, da luoghi diversi, e per i molteplici mezzi di rilevazione. Un documento di intelligence americano che usa la parola classico, a proposito di un UFO. Pochissimi casi, nella storia, hanno ricevuto questa qualifica.
Investigatore: Ore una e quaranta. Secondo scramble. Al comando di un altro F-4, il maggiore Parviz Jafari, comandante di squadriglia, con il tenente Jalal Damirian come ufficiale di sistema d'arma. Il generale Youssefi gli consiglia, prima del decollo, che l'oggetto è comparabile in dimensioni a un Boeing settecentosettanta. E stavolta, il radar aggancia: lock a ventisette miglia nautiche, posizione dodici ore in alto, velocità di chiusura di centocinquanta nodi. L'eco, alla radio del radar, è grande quanto quella di un KC-135, un gigantesco aereo rifornitore. Ma a venticinque miglia, l'oggetto sembra allontanarsi. Come se volesse mantenere la distanza. Jafari insiste, spinge avanti. E descrive l'oggetto: luci rosse, verdi, arancioni e blu, lampeggianti, così intense che non riusciva a vederne il corpo. Poi, dai resoconti di Jafari, arriva il momento più disturbante della notte: un oggetto secondario, la cui dimensione apparente sarà stimata tra un terzo e metà della Luna, si stacca dall'oggetto primario e punta dritto verso l'F-4, a velocità altissima, quasi come un missile, secondo le sue parole. Jafari tenta di agganciare un AIM-nove Sidewinder, il missile a ricerca infrarossa. E proprio in quel momento, il pannello dei sistemi d'arma perde potenza. Le comunicazioni, di nuovo, crollano. Perfino il seggiolino eiettabile, che è un meccanismo meccanico, risulta poi non funzionante. Jafari esegue una manovra evasiva: virata stretta e picchiata a accelerazione negativa. E l'oggetto secondario, invece di colpirlo, prende posizione dietro l'F-4, a tre o quattro miglia nautiche. Poi gira attorno a lui, si allontana, torna e si ricongiunge all'oggetto primario. Quando Jafari riesce finalmente a comunicare col controllo del traffico aereo, gli viene ordinato di rientrare. E durante il rientro guarda a sinistra, e vede ancora qualcosa: l'oggetto primario, che descriverà come di forma romboidale, e un altro oggetto brillante che ne esce e punta verso il suolo. Si aspetta un'esplosione. Non arriva. L'oggetto, secondo Jafari, sembra rallentare e posarsi dolcemente a terra, emettendo una luce fortissima. Jafari scende da venticinquemila a quindicimila piedi e segna la posizione. Atterra a Shahrokhi, e l'aereo segnala nuovi problemi tecnici. Anche un aereo di linea in zona riporterà, quella notte, un guasto radio. Il giorno dopo, Jafari e Damirian tornano sul punto con un elicottero: non trovano nulla. Mentre girano a ovest, captano un transponder che emette un segnale acustico, attribuibile a un aereo da trasporto militare. E gli abitanti di una casa vicina riferiscono di aver sentito, la notte precedente, un forte rumore e un lampo di luce. Furono organizzati vari rilievi sul sito, anche radiometrici. Ma dei risultati, non è mai pervenuta pubblicazione. E c'è un'ultima voce, quella del tenente generale Shapour Azarbarzin, ex comandante dell'aeronautica iraniana, che intervistò gli equipaggi e confermò in un'intervista nel mille novecentosettantasette l'effetto elettromagnetico sui due F-4. Secondo le sue parole, i caccia ricevettero un jamming fortissimo e persero quasi tutti i sistemi avionici, con un interferenza così ampia da coprire bande e frequenze diverse contemporaneamente. Ma attenzione: quella di Azarbarzin è una lettura che va interrogata. Il jamming di cui parla, con quelle caratteristiche, esiste davvero? È una domanda che lascio aperta, e adesso capite perché.
Narratore: Serve ora il contrappunto metodologico. Quando si valuta un caso del genere, un riferimento utile è l'approccio di James Oberg, ingegnere aerospaziale americano, ventidue anni di carriera alla NASA come specialista di rendezvous orbitali, autore di dieci libri e oltre mille articoli, e critico scettico tra i più rigorosi. Oberg ha dedicato la sua carriera a cercare spiegazioni alternative per i fenomeni non identificati, partendo sempre dalla fisica e dai limiti dei testimoni. Non è necessario concordare con ogni sua conclusione: l'importante è il metodo. E il metodo, applicato a Tehran nel 1976, impone prudenza su più fronti. I rapporti passano dalla lingua persiana a quella inglese, con ogni filtro di traduzione e interpretazione. I documenti ufficiali, come il memorandum del DAO, vanno distinti dalle ricostruzioni successive fatte a memoria, a distanza di anni. E i rilievi radiometrici promessi sul sito di presunto atterraggio non hanno mai avuto esito pubblico. Nessuna prova, nessuna misura, nessuna conclusione. Un ultimo elemento di contesto: il caso giunse negli Stati Uniti attraverso il canale ufficiale delle segnalazioni UFO iraniane all'aeronautica americana, l'eredità, per abitudine e procedure, degli anni di Project Blue Book, il programma dell'US Air Force che aveva catalogato per decenni avvistamenti di questo tipo. Il fatto stesso che l'episodio sia finito in un memorandum militare americano dimostra quanto l'apparato di sorveglianza di quel decennio fosse sensibile a qualunque cosa volasse sopra un paese alleato strategico. E questo è, in sé, un dato storico: indipendentemente da cosa fosse l'oggetto, quella notte ha mobilitato radar, caccia, generali e ambasciate.
Investigatore: Bilancio finale della notte di Tehran. Ciò che è documentato: le telefonate alla torre di Mehrabad, l'osservazione di Pirouzi a occhio nudo e con binocolo, l'osservazione del generale Youssefi dal balcone, i due scramble della Imperial Iranian Air Force con F-4 Phantom II, il lock radar di Jafari con eco paragonabile a un KC-135, la perdita di strumentazione e comunicazioni sui due aerei all'avvicinamento e il ripristino allontanandosi, la presunta avaria del sistema d'armi sul secondo F-4, il Memorandum for Record del Defense Attaché Office a Tehran, e la valutazione della Defense Intelligence Agency che definisce il caso un classico. Ciò che è plausibile: guasti avionici di varia origine, dal malfunzionamento casuale all'interferenza, e un oggetto secondario spiegabile come fenomeno convenzionale o amplificato dalla paura, che in un cockpit a quindicimila piedi di notte fa miracoli con la percezione. E il jamming descritto da Azarbarzin rimane un'affermazione di parte, non una misura. Ciò che rimane irrisolto: cosa fosse, esattamente, l'oggetto che due F-4 inseguirono quella notte sopra Tehran, e perché i loro strumenti sembrarono obbedire alla distanza di approccio. La Defense Intelligence Agency lo chiamò un classico. Io lo chiamo ancora una zona d'ombra.