Zone d'Ombra — Tic Tac 2004: il pilota, il video e il mistero del Nimitz
Episodio investigativo sull'incidente USS Nimitz del 14 novembre 2004: la USS Princeton traccia contatti anomali per due settimane prima dell'intercettazione; Fravor e Dietrich osservano per circa cinque minuti un oggetto bianco ovale di circa 12 metri sospeso su una perturbazione oceanica; Chad Underwood registra il video FLIR e conia il nome Tic Tac. Segue il caso GIMBAL e GOFAST della USS Theodore Roosevelt 2014-2015, il rilascio dei video nel dicembre 2017 grazie a Christopher Mellon, l'ufficializzazione del Pentagono nel 2020 e nel 2021, e la critica di Keith Kloor alle spiegazioni prosaiche trascurate. Bilancio: documentati testimonianze, radar e autenticità dei video; plausibili spiegazioni convenzionali; irrisolta l'identificazione degli oggetti.
Voci, personaggi e contenuti creativi generati con strumenti di intelligenza artificiale e approvati prima della pubblicazione.
Fonti
Trascrizione
Investigatore: Questo podcast utilizza voci sintetiche generate digitalmente. Diciannove anni prima delle udienze al Congresso, prima che i video diventassero notizia mondiale, c'è un giorno preciso: quattordici novembre 2004, al largo della California meridionale. Vorrei portarvi con me lì. Immaginate di salire a bordo della USS Princeton, un incrociatore lanciamissili che naviga in scorta a una portaerei. Da due settimane, su questa nave, i tecnici radar vivono con un problema che non sanno spiegare. I loro schermi registrano contatti che compaiono a ottantamila piedi di quota, scendono rapidamente verso il mare, si fermano a ventimila e restano lì, sospesi. Non è un uccello. Non è un'aquila. Ottantamila piedi sono oltre ventiquattromila metri: l'aria lassù è rarefatta, gelida. E poi fermarsi, tutto d'un tratto, a 6100 metri, e sostare. Da due settimane. È questo che mi porta qui. Perché poi quel giorno qualcuno decide di mandare dei piloti a guardare. E quelli che tornano raccontano una cosa che, vent'anni dopo, continua a dividere scettici e credenti. Cosa hanno visto davvero i piloti della USS Nimitz?
Narratore: Per capire quel giorno, serve il quadro militare. Quattroteenth November 2004: è l'anniversario dell'attacco alla base americana di Fallujah, in Iraq. Ma qui parliamo del Pacifico. La USS Nimitz è una portaerei a propulsione nucleare, cuore di uno strike group che comprende incrociatori, cacciatorpediniere, sottomarini e squadriglie aeree. Il mistero, però, nasce non sulla portaerei, ma sulla sua scorta. La USS Princeton, incrociatore lanciamissili della classe Ticonderoga, è il centro nervoso della difesa aerea del gruppo. Il suo cuore tecnologico è il sistema di combattimento AEGIS, costruito attorno al radar AN/SPY-1B: un radar multifunzione a scansione elettronica, capace di seguire centinaia di bersagli simultaneamente su lunghe distanze. Ed è proprio questo il punto cruciale per l'indagine: i contatti non identificati non ci arrivano da una testimonianza vaga, ma da un sistema progettato per la difesa anti-balistica. Secondo i tecnici radar e di sistema di combattimento che servivano nello strike group, l'AN/SPY-1B e l'AEGIS hanno tracciato contatti non identificati, con quel profilo di discesa rapida e stazionamento, per circa una settimana prima dell'intercettazione. Alcuni di questi tecnici hanno poi confermato pubblicamente quei dettagli. È la base strumentale su cui tutto il resto si costruisce.
Investigatore: Un radar militare di ultima generazione. Non un'app sul telefono. E per circa una settimana, quegli schermi dicono la stessa cosa. Ora, io voglio salire a bordo di un Super Hornet. Sono il 14 novembre, e a un certo punto il Comandante David Fravor, pilota della strike group della Nimitz, riceve l'ordine: c'è una possibile traccia da verificare. L'operatore gli racconta quello che la Princeton sta vedendo da due settimane. Fravor decolla in un F/A-18, e con lui un secondo aereo. In totale, quattro testimoni: due piloti e due ufficiali di sistema d'arma nei sedili posteriori. Quando arrivano sul punto, guardano in basso, e lì sul mare c'è qualcosa che attira l'attenzione: una perturbazione, un'acqua che sembra bollire. E sopra quella perturbazione, sospeso, c'è un oggetto. Bianco. Ovale. Fravor lo stima lungo circa quaranta piedi, cioè dodici metri. Allungato come... beh, il soprannome arriverà dopo. Fravor inizia a scendere in spirale per avvicinarsi. E qui la testimonianza diventa inquietante: l'oggetto, secondo lui, sale, rispecchiando la traiettoria del suo jet, come se gli stesse rispondendo. Poi scompare. Cinque minuti circa di osservazione. Quattro militari addestrati, sul posto, in volo. E poi niente: quando tornano a osservare il punto iniziale, l'oggetto non c'è più. Io mi fermo sempre qui a pensare: cinque minuti sono lunghi, in volo. È molto tempo per sbagliarsi quattro volte, insieme.
Narratore: Vale la pena sottolineare un dettaglio: in quei cinque minuti, quattro osservatori si trovavano in due aerei diversi. Le loro posizioni, la distanza, l'angolo di vista: tutto contribuiva a un'immagine comune. E quando Fravor descrive l'oggetto che rispecchia la traiettoria del jet, sta riferendo qualcosa che i sistemi d'arma dei due aerei potevano almeno in parte contestare. Nessuno dei quattro, nei resoconti, l'ha fatto.
Investigatore: Ed è esattamente questo che rende il caso difficile da liquidare. Non una voce isolata, ma un racconto che si regge da solo, tra due aeroplani, in pieno giorno. Il dubbio, però, resta legittimo: la memoria di un volo ad alta velocità può rielaborare distanze e movimenti. Per questo serve la seconda prova. Il sensore.
Narratore: Qui l'indagine deve fare una distinzione fondamentale, quella che separa due tipi di prova. La prima è la testimonianza: Fravor e Dietrich hanno visto l'oggetto a occhio nudo, in volo, e hanno raccontato la loro esperienza in interviste pubblici e documentati. La seconda è la registrazione. Perché c'è una seconda ondata di caccia. Quando Fravor e il suo wingman tornano alla portaerei, dalla Nimitz decollano altri aerei, e tra i piloti c'è il tenente comandante Chad Underwood. Il suo Super Hornet è equipaggiato con una telecamera FLIR, un sensore a infrarossi di puntamento, montato sotto il muso dell'aereo. Underwood non vede l'oggetto con i propri occhi. Lui dice chiaramente che era più concentrato su tracciarlo e assicurarsi che la registrazione fosse attiva, per portare qualcosa a bordo che gli analisti dell'intelligence potessero esaminare. Quel che registra è un'immagine all'infrarosso: un oggetto allungato, bianco a quelle frequenze, che si muove e accelera davanti al sensore. Ed è Underwood stesso a coniare la descrizione entrata nella storia: Tic Tac, la caramella, un soprannome che — ha raccontato lui — deve anche a una battuta presente nel film comico del 1980, Airplane!. Da quel momento, il mondo avrà un nome per questo caso. Ma attenzione: il video FLIR registra un segnale infrarosso. Non è una fotografia dell'oggetto. È un dato strumentale, che andrà letto e interpretato.
Investigatore: E qui il mio metodo da investigatore mi serve: separare i fatti dai nomi. Sappiamo che Fravor ha visto, e ha raccontato. Sappiamo che Underwood ha registrato, e non ha visto. Due prove diverse, dello stesso fenomeno, da due persone diverse. E poi, come se non bastasse, il caso non finisce qui. Saltiamo avanti di dieci anni, sulla costa orientale degli Stati Uniti. Siamo nel 2014 e nel 2015, e questa volta è lo strike group della USS Theodore Roosevelt a operare in quelle rotte. I piloti di caccia di quel gruppo — e tra loro c'è il tenente Ryan Graves — registrano due nuovi video che diventeranno famosi con i nomi in codice GIMBAL e GOFAST. E non si tratta solo di immagini: i piloti riferiscono rilevazioni strumentali di oggetti aerei sconosciuti, contatti che non riescono a identificare, mission dopo mission. Mi fermo un momento a considerare la differenza rispetto al 2004. Qui non c'è un singolo incidente, c'è una serie. Piloti che tornano dalle sortite e chiedono: ma cosa stiamo incontrando, ogni volta, qui sopra? E la risposta, per anni, non arriva.
Narratore: E adesso la domanda diventata famosa: come fanno dei video dell'esercito a finire sui giornali? Bisogna tornare al sedici dicembre 2017. Quel giorno The New York Times pubblica un articolo che racconta gli incidenti e riproduce due video: FLIR, dal caso Nimitz, e GIMBAL, dal caso Theodore Roosevelt. Lo stesso giorno, il Washington Post pubblica il terzo video, GOFAST. Tre registrazioni che fino a quel momento erano materiale militare, con dati di cabina e comunicazioni radio tra i piloti, improvvisamente su due dei giornali più letti del mondo. Ma c'è un dettaglio che chi segue il caso deve conoscere: quei materiali non erano arrivati ai giornali per una richiesta di accesso agli archivi. Erano stati forniti direttamente alla stampa da Christopher Mellon, già Deputy Assistant Secretary of Defense for Intelligence, cioè un alto ufficiale civile del Dipartimento della Difesa, responsabile in passato per l'intelligence. Un ex funzionario del Pentagono che decide, di propria iniziativa, di dare alla stampa prove di fenomeni che l'apparato militare non aveva mai spiegato. E da quel momento la copertura mediatica diventa febbre: gli investigatori UFO si gettano sui video, e il caso esce definitivamente dalla nicchia per entrare nel dibattito pubblico.
Investigatore: E qui mi fermo a guardare il meccanismo. Non è una freedom of information request, non è un'indagine parlamentare: sono i materiali che entrano nel dibattito per iniziativa di una sola persona, con credenziali precise. Dal punto di vista investigativo cambia tutto: cambia la catena di custodia, cambia il contesto, cambia il modo in cui il pubblico legge le immagini.
Narratore: Già. E va ricordato che quel passaggio informale precide la posizione ufficiale: il Pentagono riconoscerà i video solo anni dopo. Fino ad allora, il pubblico ha avuto registrazioni autentiche, ma senza alcun quadro istituzionale che dicesse cosa fossero, né come interpretarle.
Investigatore: E adesso la parte che preferisco: la verifica. Perché tra il 2017 e il 2020 succede qualcosa di notevole. Nel 2020, il Pentagono fa un passo che nessuno si aspettava: rilascia ufficialmente i primi tre video, riconoscendoli come registrazioni di fenomeni aerei non identificati, gli UAP. E nel 2021, con due dichiarazioni ufficiali, conferma la provenienza dei video trapelati nel 2019, ripresi da personale della Marina. Fermiamoci un secondo su questo passaggio, perché è il cuore dell'intera indagine. Cosa dice, esattamente, il Pentagono? Dice: queste registrazioni sono autentiche, sono nostre, mostrano fenomeni che non abbiamo identificato. Cosa non dice? Non dice cosa fosse l'oggetto. Autenticità non è identificazione. Un video autentico può mostrare una cosa che nessuno sa spiegare, oppure una cosa che qualcuno potrebbe spiegare se avesse gli strumenti giusti. Io da investigatore ho imparato una regola semplice: quando un documento ufficiale dice che non sa, va preso sul serio, ma non va riempito con la fantasia. Il Pentagono ha fatto un'operazione di trasparenza limitata: ha verificato che i video fossero veri. Il mistero dietro il sensore, quello, resta aperto.
Narratore: Ora il bilancio critico, che è la parte più delicata. Cosa potrebbe essere, secondo le spiegazioni candidate che circolano in letteratura? Ne elenco diverse, perché tutte sono state avanzate. Prima: droni o velivoli terrestri non identificati, cioè macchine costruite dall'uomo, di cui semplicemente non si conosce la provenienza. Seconda: letture strumentali anomale o artifattuali, cioè il sensore che registra in modo imprevisto, non un oggetto strano ma un'immagine costruita male da un dispositivo. Terza: fenomeni fisici osservativi, come la parallasse, in cui il movimento percepito dipende dal movimento dell'osservatore e non del bersaglio. Quarta: l'errore osservativo e interpretativo umano, che in contesti ad alta velocità e alta tensione è ben documentato. E infine, come sempre in questi casi, le speculazioni straordinarie sui velivoli alieni, che restano appunto speculazioni, non prove. Su questo quadro si inserisce una critica precisa: quella del giornalista Keith Kloor, che ha definito la copertura dei casi un racconto curioso, guidato da reporting poco fondato e di parte. Secondo Kloor, alle spiegazioni più probabili e prosaiche è stata data un'attenzione marginale, mentre la maggior parte della copertura ha adottato un tono perplesso e misterioso che sfrutta l'etichetta attraente dell'UFO nei titoli. Una critica che l'indagine seria deve tenere sul tavolo.
Investigatore: Quindi facciamo i conti, come si fa alla fine di ogni indagine. Cosa è documentato? L'avvistamento multi-testimone del 14 novembre 2004, raccontato da quattro membri dell'equipaggio; i tracciamenti radar dello strike group, riferiti dai tecnici dell'AN/SPY-1B e dell'AEGIS per circa una settimana; l'esistenza e l'autenticità ufficiale dei video FLIR, GIMBAL e GOFAST, riconosciuta dal Pentagono. Cosa è plausibile? Alcune spiegazioni convenzionali non sono escluse: sensori che si comportano in modo imprevisto, parallasse, errore umano, velivoli convenzionali non identificati. Sono ipotesi legittime, e secondo la critica giornalistica sono state troppo trascurate. E cosa rimane realmente irrisolto? L'identificazione. Nessun documento ufficiale, nessun test, nessuna analisi pubblicata ci dice cosa fosse l'oggetto del 2004, né cosa abbiano incontrato i piloti del Theodore Roosevelt. Il Pentagono stesso usa la parola non identificata. Io non so cosa fosse. E questa è, in un'indagine, la risposta più onesta che esista.
Narratore: Ricapitoliamo, per chiudere. Spiegato: l'autenticità dei video, la provenienza, il fatto che l'avvistamento del 2004 ebbe quattro testimoni militari e una settimana di tracciamenti radar. Plausibile: un'origine convenzionale non esclusa, tra droni, fenomeni strumentali, parallasse ed errore osservativo. Irrisolto: l'identità degli oggetti, che nessuna fonte autorizzata ha mai stabilito. Il nostro invito, come sempre, è il contrario del pettegolezzo: valutate le prove prima delle conclusioni. Guardate i video, leggete le testimonianze, pesate le spiegazioni alternative. Il mistero non va riempito, va osservato. È tutto, per oggi. Zone d'Ombra si rinnova di nuovo presto: la prossima indagine vi porterà dove un'altra anomalia ha sfidato la spiegazione immediata.